SINUESSA, L’ANTICA CITTÀ DEL VINO FALERNO: RILEVATI DA GOOGLE EARTH ALCUNI RESTI IN MARE. TANTE LE CURIOSITÀ DA SCOPRIRE. ECCONE ALCUNE

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La tecnologia moderna fa miracoli e allora che grazie a Google Earth sono stati rilevati su Sinuessa, l’antica città del Vino Falerno, alcuni resti in mare la cui forma e dimensioni fanno pensare a un ninfeo o a un impianto termale ma la loro effettiva funzione potrà essere accertata solo dopo un’accurata esplorazione subacquea. Quel che però si ritiene certo è che le strutture giacenti sui fondali del Mar Tirreno campano, appena di fronte al litorale sabbioso di S. Eufemia, frazione del piccolo comune di Cellole (Caserta), siano da ricondursi alla scomparsa città romana di Sinuessa. Ad evidenziarle, in via del tutto eccezionale – poco più a nord c’è infatti la foce del fiume Garigliano che abitualmente intorbidisce l’acqua del mare con i suoi sedimenti – è stato il satellite di Google Earth, le cui immagini molto nitide le identificano a poche decine di metri dalla riva.
Come la celebre città di Baia (presso l’odierna Bacoli), situata sullo stesso litorale una cinquantina di chilometri più a sud, anche Sinuessa è scomparsa dal volto della Storia inabissandosi nel mare, ma mentre per Baia l’inabissamento è da attribuirsi al bradisismo, al quale è ancor oggi soggetto il territorio flegreo, nel caso di Sinuessa secondo gli scienziati dell’ENEA sarebbe da ricondursi a un violento terremoto seguito da tsunami, evento che nel IX sec. d.C. avrebbe fatto arretrare la linea di costa di decine di metri lasciando sommersa la parte dell’insediamento più vicina al mare: dal porto con le sue imbarcazioni, ai magazzini destinati alle merci, a taluna delle lussuose ville suburbane che all’epoca popolavano il litorale. I resti del porto sono stati infatti individuati a circa 10 metri di profondità, mentre intorno ai 3 metri è visibile un antico basolato romano, resti del quale si intravvedono anche sulla costa fra la sabbia. Una situazione decisamente anomala, considerato che altri siti della zona in duemila anni si sono abbassati di appena 50-60 cm. e persino il porto di Pozzuoli, esposto al bradisismo flegreo, non è sprofondato in mare che di soli 5 metri; da qui l’ipotesi per Sinuessa di una serie di eventi naturali disastrosi, come appunto il terremoto e lo tsunami. È noto come la nascita di Sinuessa si deve ai Romani, che la fondarono nel 296 a.C. dopo aver sottomesso gli Aurunci, locale popolo di stirpe Osca. Alcuni decemviri hanno retto le sorti della città presto diventata una delle più fiorenti dell’impero romano, grazie ai commerci favoriti dal passaggio della Via Appia e dal non lontano porto di Pozzuoli. Fu celebre per il suo clima salubre e per le sue terme dette “Aquae Sinuessanae”, le più lussuose e frequentate della zona, legate a sorgenti di origine vulcanica ancor oggi esistenti. Ma a darle ancor più fama fu la produzione del vino Falerno, celebrato da autori come Cicerone, Virgilio e Orazio e noto in tutto l’impero; un vino che ancor oggi si produce nei comuni di Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole, col nome di Falerno del Massico DOC, ottenuto da uve Aglianico, Piedirosso e Primitivo. Esposta ai saccheggi dei barbari con il crollo dell’impero d’occidente e colpita dal catastrofico terremoto del IX sec. d.C., dell’antica Sinuessa sopravvivono oggi solo poche rovine fra i comuni di Mondragone e Cellole, consistenti principalmente nei resti del complesso termale delle “Aquae Sinuessane”, di alcuni tratti delle mura e delle vie e di qualche residenza privata, come la casa colonica adibita alla produzione di Falerno, rinvenuta nel 2015, e la villa di Punta San Limato, a Cellole, attribuita al prefetto di Nerone, Gaio Ofonio Tigellino. Una splendida testimonianza scultorea si conserva invece al Museo Archeologico di Napoli: è l’Afrodite di Sinuessa, del IV sec. a.C., da taluno ritenuta un originale greco di Prassitele, da altri una copia romana. Fu rinvenuta nel 1911 durante i lavori di sterro per una vigna, in località Incaldana, presso Mondragone, città il cui Museo Civico custodisce vari reperti del luogo. Fra le poche testimonianze di Sinuessa degne di nota c’è senz’altro la villa marittima suburbana di Punta San Limato, del I-II° sec. d.C., parte delle cui strutture sono incorporate in una masseria settecentesca. Ritenuta residenza del celebre prefetto neroniano Tigellino, è un elegante esempio di quella edilizia residenziale suburbana tanto di moda dal III sec. a.C. in poi lungo le coste campane, frequentatissime dai patrizi romani per la mitezza del clima e la bellezza dei paesaggi. La maggior parte degli ambienti della villa, non ancora del tutto scavata, attiene all’impianto termale, con sale riscaldate come il tepidarium e il calidarium e l’ambiente per i bagni di acqua fredda (frigidarium), con nicchie absidate e rettangolari destinate ad accogliere statue decorative, e pavimenti rivestiti di lastre marmoree e mosaici come quello, splendido, raffigurante un drago, un ippocampo, delfini e altri animali marini. Alcuni degli ambienti, costruiti in laterizio e opus reticulatum, conservano parti delle loro volte a botte e appartengono a un criptoportico sul quale poggiano parte dei soprastanti ambienti residenziali e l’intera masseria settecentesca. Riemersi anche pezzi delle suspensurae, ossia i pilastrini di mattoni o tegole che sostenevano il pavimento consentendo di far circolare al di sotto l’aria calda prodotta dal fuoco acceso nei praefurnia (forni), di cui restano due esemplari. Recuperati negli anni ’50, dall’area della villa provengono infine alcuni frammenti della decorazione scultorea originaria oggi custoditi al Museo Archeologico di Napoli: una grande testa dell’imperatore Claudio, una testa di fanciulla di epoca claudia ed un frammento di maschera comica silenica retta dalla mano di una fanciulla [la Villa di Tigellino e attualmente chiusa per restauri; dovrebbe riaprire al pubblico entro l’estate 2019].
ARCHEOLOGIA: CURIOSITÀ E SCOPERTE DALLA SICILIA
La scoperta di un vino di 6000 anni fa potrebbe riscrivere la storia della Sicilia Gli scavi nella regione del Monte San Calogero hanno portato alla luce la presenza di una bevanda alcolica importantissima per 3 motivi Il vino, si sa, più invecchia e più è buono, ma in pochi avrebbero il coraggio di bere un alcolico di 6 mila anni fa. In Sicilia, però, il ritrovamento di tracce di vino di età preistorica all’interno di una grotta sul Monte San Calogero (o Kronio) ha fatto fare i salti di gioia agli archeologi che lo hanno riportato alla luce e non per una eventuale futura messa in commercio di quella particolare qualità di vino, bensì perché la scoperta potrebbe riscrivere la storia della Sicilia e della sua cultura antica.
Il team di archeologi che da anni scava all’interno delle cavità del Monte Kronio – in provincia di Agrigento – è guidato da Davide Tanasi dell’Università della South Florida, il quale ha voluto dare conto della ricerca sulla rivista The Conversation, in un articolo dal titolo significativo: Vino preistorico scoperto in caverne inaccessibili costringono a ripensare alla cultura dell’antica Sicilia.
Nonostante in quella zona della Trinacria l’umidità arrivi spesso al 100% e le temperature fino a 37 gradi, le grotte erano abitate già nel 6000 avanti Cristo, all’epoca dell’Età del rame, e per questo sono piene di vasi e recipienti lasciati lì dagli uomini primitivi. Ma a far interrogare gli studiosi è stato il liquido contenuto in queste giare e brocche, ai quali si è arrivati analizzando i campioni a disposizione grazie alle moderne tecnologie; si tratta di vino e il ritrovamento ha lasciato di stucco gli scienziati. I campioni dell’alcolico prelevati in provincia di Agrigento, infatti, dicono una cosa chiara: il vino più antico mai conosciuto fino ad ora in Europa e in tutta l’area Mediterranea è quello siciliani, quindi l’Italia diventa la prima regione in cui si sia mai stato coltivato il vino in tutto l’Occidente. Precedentemente a questa scoperta, i ricercatori erano convinti che la bevanda alcolica provenisse dal sud dell’Anatolia e dalla regione transcaucasica, però adesso risulta evidente che non è così. La scoperta potrebbe portare alla riscrittura dei libri di scuola sulle coltivazioni dell’era preistorica, in quanto gli archeologi non ritenevano possibile che i siculi dell’epoca avessero a disposizione tecniche adeguate per l’irrigazione delle viti, oltre al fatto che andrebbe ripensato l’intero sistema di commercio e scambio di beni dell’età del rame – evidentemente molto più avanzato di quanto si pensasse sinora. Ad esempio, com’è possibile che in Sicilia – terra povera di metalli grezzi – ci fossero così tanti manufatti in metallo già nel 6000 a.C.? Ovviamente sono stati trasportati in Trinacria acquistandoli dalle zone che li fabbricavano (specialmente il Peloponneso) e sarebbero quindi stati ceduti in cambio, appunto, di vino.
Infine, la presenza della sostanza alcolica nelle cavità del Monte Kronio sembrerebbe confermare l’ipotesi che l’altura fosse una sorta di santuario preistorico, in cui si praticavano vaticini o atti di purificazione; anche nei poemi di Omero, del resto, il vino viene considerato alla stregua di una sostanza magica in grado di alterare la mente degli umani. Insomma, questa scoperta non solo ha reso l’Italia come la più antica regione di produzione del vino, ma ha anche fatto capire che i siculi di 6000 anni fa vivevano ben diversamente da quanto si pensasse prima d’ora.

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